Preparazione, metodo e capacità di raccontare il vino con consapevolezza: sono questi gli elementi che hanno portato Cristian Russomanno a conquistare il titolo di Miglior Sommelier della Lombardia 2025.
Diplomato al Master ALMA-AIS, Russomanno rappresenta una nuova generazione di professionisti del vino, capaci di unire competenza tecnica, esperienza sul campo e una forte vocazione divulgativa. In questa intervista ripercorre le tappe del suo percorso, riflette sul ruolo del sommelier nella ristorazione contemporanea e racconta il suo impegno nella valorizzazione del patrimonio vitivinicolo lombardo.
Cristian, sei stato eletto Miglior Sommelier della Lombardia 2025: quale pensi sia stato il tuo punto di forza nella competizione?
Innanzitutto la preparazione capillare e approfondita. Poi, senza ombra di dubbio, il mio percorso trasversale e l’esperienza acquisita nel settore, soprattutto nel contatto diretto con il pubblico, che credo abbiano inciso in maniera significativa.
Quali competenze acquisite in ALMA ti hanno reso più competitivo e ti hanno aiutato a distinguerti nel concorso?
Direi innanzitutto la consapevolezza e la capacità di gestire la pressione. Poi il metodo: la possibilità di approcciarmi a diverse tipologie di vino ragionando sull’identificazione e sull’analisi. Infine la padronanza nel parlare davanti a una platea, riuscendo a sentirmi a mio agio nel comunicare il vino.
Durante il Master ALMA-AIS hai avuto l’occasione di confrontarti con professionisti e compagni di livello internazionale: che valore ha avuto per la tua carriera?
Un valore enorme, soprattutto sotto l’aspetto del confronto e della conoscenza. Con alcuni compagni del Master siamo rimasti in contatto e ci sentiamo ancora spesso. E, non ultimo, anche l’aspetto umano ha avuto un ruolo importante nel rendere quell’esperienza così significativa.
La Lombardia è una regione molto variegata dal punto di vista vitivinicolo: quali territori e vitigni ti rappresentano di più e perché?
Metaforicamente parlando, vedo l’intero territorio lombardo come una rappresentazione della mia persona. Quando mi sono trasferito in Lombardia, pur avendo già studiato il territorio vitivinicolo, sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla sua ricchezza. La sua eterogeneità mi ha conquistato e mi ha spinto ad approfondirla sempre di più, visitando luoghi e instaurando rapporti con numerosi produttori.
È proprio questa varietà che sento più vicina al mio carattere: dalle bollicine della Franciacorta a quelle dell’Oltrepò Pavese, passando per i bianchi del Lugana e i rossi della Valtellina, fino al magnifico Moscato di Scanzo. Tutti tasselli di un mosaico che riflettono un carattere camaleontico ma allo stesso tempo ben definito.
Se però dovessi sceglierne solo uno, direi il Buttafuoco Chinato di Davide Calci: un vino possente ma al tempo stesso carezzevole, espressione di un territorio dal potenziale ancora enorme e in parte inespresso.
Oggi molti ristoranti riducono o eliminano la figura del sommelier in sala per motivi di budget: qual è il tuo pensiero a riguardo?
Dipende sempre dal contesto della ristorazione. Ma se parliamo di fine dining o ristoranti stellati, credo sia una perdita importante, sia in termini di immagine sia soprattutto dal punto di vista culturale. Il sommelier ha un ruolo fondamentale nell’educazione al buon bere, nella divulgazione e nella scoperta di prodotti che solo figure altamente specializzate riescono a raccontare con autorevolezza.
D’altra parte bisogna essere onesti: se molti professionisti cercano costantemente di aggiornarsi e migliorarsi, esiste anche una parte – e non me ne vogliano i colleghi – che svolge questo ruolo in maniera approssimativa o con atteggiamenti altezzosi, creando distanza e timore nel consumatore.
Un sommelier consapevole del proprio ruolo e capace di comunicare con attitudine è un valore aggiunto per il ristorante.
Per quanto riguarda il budget, questa giustificazione mi fa sorridere: in Italia la figura del sommelier è ancora poco inquadrata e spesso sottopagata. Rinunciare a questa professionalità è quindi piuttosto paradossale, anche perché in molti casi il sommelier si occupa non solo del vino ma anche della gestione della sala.
Dove immagini di portare la tua carriera nei prossimi anni e come pensi di far crescere ulteriormente il tuo ruolo di ambasciatore del vino lombardo?
Il mio obiettivo è continuare a crescere e ad ampliare costantemente le mie competenze. La sete di conoscenza alimenta il mio studio quotidiano e credo che visitare territori e incontrare persone del mondo enogastronomico sia la strada migliore per dare concretezza agli studi.
Tra i prossimi traguardi c’è sicuramente il sogno di vincere il titolo di Miglior Sommelier d’Italia, un obiettivo su cui sto lavorando. Inoltre mi piacerebbe pubblicare dei libri: la scrittura è da sempre una grande passione.
Per quanto riguarda la promozione del vino lombardo, continuerò semplicemente a fare ciò che ho sempre fatto, anche prima del titolo: essere un portavoce del territorio. Nei luoghi in cui ho lavorato o dove sono stato chiamato per consulenze ho sempre cercato di inserire numerose e significative etichette lombarde.
Inoltre, con AIS Milano-Lombardia, ho iniziato a tenere lezioni sulla sommellerie negli istituti alberghieri, raccontando ai ragazzi quanto la Lombardia sia un’eccellenza sia dal punto di vista gastronomico sia enologico. L’obiettivo è continuare a divulgare questo territorio attraverso eventi, formazione e incontri mirati.
Se ti chiedessi di sfatare un mito sul vino che ancora oggi circola tra i consumatori, quale sceglieresti?
Direi due miti, entrambi molto diffusi.
Il primo: il vino rosso va bevuto a temperatura ambiente e mai fresco.
In realtà ogni vino ha una temperatura di servizio che ne esalta le caratteristiche. Con una comunicazione semplice bisogna aiutare i clienti a comprenderlo. Fortunatamente un altro mito – quello secondo cui il bianco va solo con il pesce e il rosso solo con la carne – sembra ormai superato. Alcuni vini dolci, ad esempio, possono regalare abbinamenti sorprendenti con piatti impensabili.
Il secondo: i difetti sono giustificati se il vino è naturale.
Molti produttori, per fortuna sempre meno, hanno giustificato difetti o deviazioni organolettiche con la filosofia produttiva adottata. Questo ha generato molta disinformazione tra i consumatori.
Come dice Nicolas Joly, il vino prima di essere buono deve essere vero. Io aggiungerei: e prima di essere vero deve essere buono.
